Shock culturale

o anche chiamato Il grande lamento

 

                                                “…riportarne soprattutto le indoli di quei popoli e la loro maniera di vivere, e per sfregare e limare il nostro cervello contro quello degli altri”.
Montaigne, Saggi, Dell’educazione dei fanciulli
  • shock culturale

Avete mai sentito parlare dello shock culturale? No? Allora parliamone, perché è assicurato che in un modo o nell’altro lo subirete, specialmente se siete partiti alla cazzo di cane come me.

Lo shock culturale, definito per la prima volta dall’antropologo Kalvero Oberg, fa riferimento a uno stato d’ansia provocato da un ambiente culturale diverso dal proprio. Si manifesta durante i lunghi processi di adattamento a una nuova cultura (migrazioni, trasferimenti, erasmus), più precisamente consiste nel momento in cui la cultura d’origine entra in netto contrasto con la cultura d’accoglienza, (o meglio quando vi renderete conto di non poter mangiare una buona pizza o una buona pizza a 6 euro o una pizza e basta: DIECI EURO PER UNA PIZZA??? MA SIETE MATTI!?).

Le shock culturale si divide in quattro fasi principali:

Luna di miele: fa riferimento al primo periodo, può durare qualche settimana o qualche mese. In questa fase tutto è meraviglioso, ci si sente entusiasti e la cultura d’accoglienza viene idealizzata ed è spesso esempio di paragone con quella d’origine. Quel momento ingenuo del all’estero sono più bravi, più capaci, “più” migliori”. Quella tendenza di pensiero che in Italia è diventata oramai uno stereotipo. Questo Estero è qualcosa di mitologico, non si sa mai a quale paese si riferisca, basta che sia estero ed è comunque il paradiso. “Eh, ma all’estero…” ed è anche questa forma di esaltazione che intensifica la seconda fase, quella del rifiuto.

Shock culturale/ crisi: questa è la fase del disorientamento, dove lo stress continuo dovuto alla mancanza di punti di riferimento, siano questi linguistici, culturali o comportamentali, porta a una forte crisi personale, in alcuni casi anche identitaria (se le culture sono molto differenti). La mancanza di codici di riferimento, le difficoltà di comunicazione e interazione, la complessità a creare legami o ad avere anche brevi scambi comunicativi, la perdita dell’intuizione e della lettura rapida delle dinamiche sia sociali sia funzionali, fa sentire persi e confusi. Ogni giorno si fa il triplo della fatica solo per compiere delle azioni normali. Tutto questo può dar  vita a un processo di esclusione che spesso viene acuito dall’assunzione di un atteggiamento aggressivo. È facile rinchiudersi tra compatrioti rifiutando e denigrando la cultura d’accoglienza con critiche basate su stereotipi e clichés. Questa è anche la fase del bivio, il momento in cui molti abbandonano e molti invece scelgono di persistere.

Recupero: se si riesce a superare la crisi grazie agli sforzi d’integrazione: studiare la lingua, interagire con gli abitanti del luogo, fare nuove esperienze, sfruttare le differenze per migliorarsi e apprendere cose nuove, ecc., allora si tornerà fiduciosi e l’atteggiamento sprezzante verrà abbandonato per acquisire uno sguardo più oggettivo nei confronti della nuova cultura ma anche della propria cultura d’origine.

Adattamento: una volta passate queste fasi ci si può considerare inseriti. Si è in grado di comunicare a tutti i livelli, si capisce il modo di essere delle persone del luogo e si sa come agire e come reagire in ogni situazione. Si conoscono i funzionamenti burocratici, politici e economici del paese d’espatrio e ogni cosa appare normale e abituale. La propria attitudine nei confronti dell’integrazione è cambiata e ci si può considerare a tutti gli effetti adattati alla nuova cultura1.

Se dovessimo riassumerlo in parole brutte e povere, si tratterebbe di una cosa così: primi due mesi, yuhuu bum bum badabom c’est cool, yeah mi sento alla grande, è tutto magnifico, che ficaaata!

Dal secondo mese in poi, porco mondo cosa cavolo è sta roba? Cosa sono queste persone? Ma sono tutti cretini o sono io? Ecco, nessuno mi vuole bene, beh tanto meno io voglio bene a loro, ciao.

Questo ciao, è un vero e proprio ciao di chiusura. Ci si chiude in se stessi rifiutando qualsiasi differenza e si soffre per tutte quelle cose che mancano: dagli amici, al modo di interagire con gli altri, al cibo, alla comunicazione, al modo di vivere. Questo ciao può essere anche definitivo, molti fanno la valigia e con qualche scusa se ne tornano a casa. Non fatelo, davvero, se non superate lo shock culturale allora non comprenderete mai veramente che cos’è un’altra cultura, non guarderete dall’altra parte e se non riuscirete ad andare dall’altra parte non potrete neanche guardare indietro, verso il vostro paese e verso voi stessi, così da imparare a comprenderlo e comprendervi per quelli che siete nella vostra complessità.

Uno degli aspetti che peggiora notevolmente le cose e che dovete cominciare fin da subito a metabolizzare, è che nei primi mesi, nonostante abbiate letto tutti i siti di consigli utili (tra cui il mio, spero), abbiate chiesto informazioni ai vostri colleghi di lavoro, amici e altro, incapperete in diversi errori, sviste o mancanze che vi procureranno noie, in alcuni casi perderete soldi in modo insensato. Ma fa parte del processo, dovete passare attraverso queste esperienze per acquisire l’intuito della nuova cultura.

Tra le cose più frustranti, posizioniamo in prima linea la BUROCRAZIA, nel caso della Francia, poi, è qualcosa di realmente allucinante. Provate a immaginare, per il nuovo paese non esistete, non siete nessuno e con voi avete solo la carta d’identità italiana. Dovete ricreare da zero la vostra vita: conto in banca, contratti luce/gas, sim, internet, assicurazione sanitaria, medico ecc, senza conoscere assolutamente niente, senza magari neanche aver mai sentito nominare una compagnia telefonica straniera. Per ognuna di queste cose vi andrà via un sacco di tempo, specialmente se state “giocando” al risparmio. Per esempio, quale compagnia telefonica scegliere? Bella domanda, e via a leggere in tutti i siti le condizioni, i prezzi e le modalità per l’attivazione del vostro contratto che non potete aprire perché non avete ancora un conto in banca…

La prima fase burocratica è veramente una sofferenza, una vera e propria tortura psicologica. Passata quella, col tempo ci farete l’abitudine.

Quindi, se state passando un periodo di merda, siete arrabbiati, insicuri, stressati, vi sembra tutto sbagliato, non ve ne va una dritta, sembrano tutti incazzati con voi, la gente a casa vi risponde: Maddai che sei all’estero (ancora con sto estero?), come se in questo magico mondo dell’estero non dobbiate lavorare, pagare l’affitto, le bollette, e fare tutto questo senza conoscere nessuno, comunicando a stento, non conoscendo le dinamiche sociali e i riferimenti burocratici del nuovo paese, non datevi per vinti, è una fase obbligatoria, con un po’ di pazienza e perseveranza la supererete.

Credetemi, è normale quello che vi sta succedendo. Mandate a quel paese tutti quelli che vi dicono di smetterla di lamentarvi. Lamentatevi quanto volete, anche delle cose più banali. Infine, non si tratta solo di uno sfogo, fa parte della personale nostalgia di voi stessi in un altro luogo, un luogo che vi ha cresciuto. Si tratta del vostro modo di essere, è qualcosa di molto più complesso di quello che sembra. È il momento in cui vi mettete in discussione.

Quindi sì, se volete lamentarvi per la pizza, fatelo. Se pensate che in Italia si mangia meglio e volete dirlo, ditelo (rimane comunque cosa sacrosanta). Perché, poi, nella fase dell’adattamento a qualcuno succede che si senta come il paladino del nuovo paese e allora è sempre pronto a difenderlo a spada tratta -sputando merda verso il proprio- fedele e servizievole come un primo cavaliere, senza aver acquisito uno sguardo critico nei confronti né dell’uno né dell’altro. Sì, ecco, l’ultima fase non riguarda l’esaltazione ma la comprensione, e quando vi è la comprensione allora il confronto perde il suo ruolo da criterio d’analisi per lasciare spazio alla profondità oggettiva. Alla fine, è tutto un cambiamento che riguarda lo sguardo, l’oggetto della visione è sempre lo stesso ma siete voi che avete acquisito un altro modo di osservarlo, di vivere e di guardare, e siete in grado di avere due forme di voi stessi.

Se state male, cercate di non ascoltarvi ma ascoltate ciò che c’è al di fuori di voi, questa è anche la fase del disvelo, in cui state per scoprire la nuova cultura, senza esaltazione né denigrazione, ma semplicemente per quella che è: gente che vive, che fa la spesa, che cerca di essere felice e si perde, gente che dorme cercando riposo.

Conclusione

Di questa crisi vi rimarrà sempre qualcosa dentro,  io la chiamo la malinconia del migrante.

Prendetevi cura di questa sensazione, dei vostri ricordi, dei vostri profumi, delle vostre più intime atmosfere. Questa nostalgia è sacra e va salvaguardata.

Dobbiamo essere come gli alberi e portare le nostre radici in cielo, ma la terra calda di cui eravamo parte, la terra bruna dove saldi ci siamo allargati, porta il suo profumo su di noi, e sentendolo non possiamo fare altro che lamentarne un ritorno o tacere.

Vi consiglio un bellissimo film da guardare: Pane e cioccolata di Brusati, con un Manfredi migrante in Svizzera.

Bienvenue en France

Anna

1) http://cevug.ugr.es/africamideast/module_five/3-2.html

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